
Il sabato sera nel FESTIVAL ITALIANO e' targato LA DOLCE VITA.
Il film di Federico Fellini e' il capolavoro e il punto di forza della rassegna cinematografica dedicata a Cinecitta', la fabbrica dei sogni.
Organizzata con scarsa perspicacia e con poca chiarezza, mi rincresce ammetterlo ma qui l'immagine dell'italianita' e' lo stereotipo piu' trito, il festival passava incurante da LA VITA E' BELLA a LA TIGRE E LA NEVE, non dimenticandosi di GANGS OF NY e altri film che di Italiano avevano poco.
Abbandolo la polemica e mi dedico allo spettacolo. Ore 20.50 inizio della proiezione.
Al Cinema Nova sembra impossibile una seconda serata, cinema di nicchia e' il motto ma la praticita' dove l'abbiamo parcheggiata?
Non si puo' prenotare, chi prima arriva meglio alloggia. I posti non sono assegnati, entri e ti siedi.
Non ti devi comunque dimenticare di sperare che nessuno abbia bisogno di piu' posti di quelli che tu hai lasciato prima o dopo di te. Questo problema si verifica poco, le sale non sono mai gremite.
Arrivo alle 20.10. SOLD OUT. SHIT!
Provo... ci sono dei biglietti per le prime file, torno in una mezz'ora e sono miei.
La proiezione procede fluida per 3 ore. Era la mia prima visione.
E' un capolavoro, non e' su questo che voglio discorrere, ma su due punti.
Solo spunti.
1. IL DOPPIAGGIO
fin'ora ho visto film in lingua (inglese) e non mi sono mai posto il problema del doppiaggio
solo al festival ispano portoghese era divertente (e faticoso) passare dal dialogo carioca al sottotitolo in inglese, veramente un salto notevole. un passaggio obbligato e difficile, un salto di comprensione e sonorita'.
Vedendo il film, affascinato dalle auto, dai costumi, dalla Roma, dai visi, mi sono soffermato a volte sui sottotitoli. Oltre a ridurre in maniera considerevole il contenuto dei dialoghi (lasciamo stare che spessissimo sono in romano e nel sonoro sono assolutamente unici e bizzarri) riproducono un senso non cosi identico, penso che ci sia una sorta di semplificazione cosciente e un taglio poco drammatico e privo di speranza ma piuttosto divertente.
Questa mia opinione la ritrovate al punto due. Non so se riesco ad argomentare con sufficiente lucidita'.
2. L'UMORISMO e LA TENSIONE
proviamo a prendere la questione con calma, ad affontarla serenamente.
non mi voglio occupare dell'umorismo all'inglese, non e' la questione esatta.
in un film teso e triste, pieno della pieta' e della compassione per la malattia, ho sentito il pubblico ridere rumorosamente, veramente con sincerita' non con il viso teso e rabbuiato, davanti al bambino figlio del protagonista (gravemente malato).
Erano risate per allentare la tensione, forse. Ma erano forti, decise, decisamente troppo.
Forse era un pubblico non rappresentativo, forse non era pronto ad un film cosi, forse pero' non era allenato ad un certo tipo di "situazione triste e raccolta".
Lo stesso, si tratta di un pubblico nella maggior parte di italo australiani (meno colpito dal problema del sottotitolo, vedi punto 1) che ha riso spessissimo in un film che meritava delle risate ma anche una sana compostezza. Sono troppo british? I don't think so.
Ma mi stupisce il take it easy...